GRUPPO G
Inter
Psv Eindhoven
Cska Mosca
Fenerbahce
giovedì, agosto 30, 2007
mercoledì, agosto 29, 2007
W Francesco
Per chi se l'avesse persa nei giorni scorsi, da corriere.it
De Gregori: amico di Walter, non lo voterò
Il cantautore: il modello Roma? Città bellissima non certo per merito suo. Alle primarie del Pd sosterrò la Bindi
Francesco De Gregori, tutti i giornali la arruolano sotto le bandiere di Walter Veltroni. È davvero così?
«È vero che sono amico di Veltroni, da tantissimi anni. Se mi metto a contarli, sono più di trenta. Ma essere arruolato mi dà un po' fastidio. Un conto sono gli amici, un conto i simpatizzanti ».
Lei non simpatizza?
«Mi piacerebbe fare il tifo per lui, se lo capissi. E finora non l'ho capito. Non sono molto d'accordo con certe cose che Veltroni dice e fa. Lui ha una grossa capacità di comunicare, di proporsi come elemento di novità. Ma quel che dice spesso è difficile da afferrare, da decifrare. Usa un linguaggio aperto a ogni soluzione, dice tutto e il contrario di tutto. Mostra una grande ansia di piacere, di essere appetibile a destra e a manca, che magari gli porterà molto consenso ma è poco utile a capire cosa sarà davvero il Partito democratico».
Lo sa che lei sta scendendo dal carro del vincitore?
«Mi rendo conto che accade di rado. Nel mondo della canzone, poi. Ma nel vincitore annunciato, ammesso che sia tale anche alla fine, non trovo una linea chiara. Sento un gran bel parlare, belle promesse, i riferimenti coltivati da sempre, Kennedy, don Milani, Olof Palme. Ma non riesco a ricondurlo a una chiara intenzione politica. E vedo che non sono l'unico ad avere questa difficoltà».
Che cosa in particolare non la convince nel suo linguaggio? «Questo appellarsi di continuo al sogno, a un mondo migliore, ora vedo pure all'amore. Per carità, come si può essere in disaccordo, meglio basarsi sull'amore che sull'odio. Ma viviamo in un paese pieno di problemi. Buttare tutto sui sentimenti, cancellare le differenze, non significa dare risposte operative alle questioni di oggi».
Veltroni in campo rappresenta comunque una novità.
«Veltroni si presenta come un uomo nuovo, ma lo è fino a un certo punto. Veltroni è uomo navigato. Ha percorso abilmente la politica italiana degli ultimi trent'anni. Ora la sua candidatura è stata avanzata e sostenuta da poteri forti e consolidati, sempre gli stessi degli ultimi decenni. Non è l'homo novus tanto atteso. Mi convince poco anche questo clima di aspettativa, per cui tutti a dire che Veltroni è una risorsa, che Veltroni è l'uomo della Provvidenza... Non è scontato che sia il più adatto a fare voltar pagina al Paese; così come non dovrebbe essere così scontata la sua vittoria».
È un buon sindaco di Roma, no?
«Tutti parlano di modello Roma. Ma Roma mi pare sempre più una città che cerca di nascondere lo sporco sotto il tappeto. I grandi problemi di una grande città — traffico, sicurezza, legalità — sembrano più spesso elusi, che affrontati e risolti. Va da sé che Roma è bellissima, da San Pietro al Colosseo; ma certo non è merito di Veltroni».
De Gregori, le sue parole non passeranno inosservate. Lei è considerato uno degli artisti da sempre più vicini a Veltroni.
«Gli voglio un bene dell'anima. Abbiamo pranzato, cenato, siamo andati insieme in vacanza, sono stato suo testimone di nozze. Però non abbiamo mai parlato di politica. Anche quando dirigeva l'Unità e ogni tanto mi chiedeva un articolo, io glielo mandavo, lui mi diceva se gli era piaciuto o no, ma non c'è mai stata interferenza reciproca, né lui si è mai sognato di chiedermi consigli. Io lo prendevo un po' in giro per la storia dell'Africa: "Guarda Walter che non ci crede nessuno". Lui teneva il punto: "Ti dico che vado in Africa!". Almeno su questo, per ora ho avuto ragione io».
Dubita della sincerità con cui si vota alle varie cause?
«No. Veltroni magari è sincero. Ma la sincerità dei politici non ci deve riguardare. Appartiene solo alla loro coscienza. Ci riguarda la loro capacità. Quel che dicono, quel che fanno. E Veltroni risponde solo di quello che fa. Roma è raffigurata come il fantabosco. Non è così. La cultura è migliorata; ma la cultura è una ciliegina sulla torta. Non si fa una torta solo con le ciliegine, e non se ne parla parlando solo di ciliegine ».
Vede anche pericoli per Veltroni?
«Lui sa coltivare la sua immagine. Ha una grande potenza mediatica. Molti giornali fanno il tifo per lui. Proprio per questo, dovrebbe guardarsi dalla sovraesposizione ipertrofica. Deve stare attento ai veltroniani. Perché a volte i veltroniani sono controproducenti».
Chi sono i veltroniani?
«I Bettini, le Melandri, quando partono lancia in resta contro i nemici. "Chi attacca Walter semina veleni...". Ma dai! La ragazza deve stare attenta prima di parlare. E poi i Tardelli... Come si fa a essere contro Tardelli, il vincitore del Mundial? Ma l'Italia oggi è un paese sbandato, che ha bisogno di ricette meno spettacolari e più amare. E non so se Veltroni sia in grado di proporle. Al Lingotto non l'ha fatto. Forse lo farà da qui al 14 ottobre. Me lo auguro, perché l'idea del Partito democratico non è affatto male. La parola è bella, affascinante; ma non ci si può limitare alla scorza. La si deve riempire di contenuti, perché la gente vada a votare».
Quindi il progetto del Partito democratico la interessa?
«Sì. Mi auguro che le primarie abbiano successo. Che il nuovo partito ci porti fuori dalla politica stagnante di questi anni, non dia risposte ma ponga domande, conquisti credibilità, sappia chiedere sacrifici. Che stia lontano dalle paludi e dai pascoli consociativi, e nello stesso tempo stia lontano da una sinistra fondamentalista, sempre più decrepita e deprimente».
Lei voterà alle primarie?
«Credo di sì. E penso che voterò per Rosy Bindi, che mi sembra la vera novità di tutta questa storia. Dà l'impressione di essere più propositiva, più incisiva, più dirimente, più chiara. Più disposta a rischiare l'impopolarità. Più in grado di farsi dei nemici. Perché abbiamo bisogno di un leader che sappia farsi anche nemici, non solo amici».
Mi perdoni la malizia: non è che voi amici della prima ora siete un po' ingelositi dagli scrittori, dagli sportivi e da tutti questi ammiratori arrivati dopo, con cui Veltroni ha molto legato?
«Lei mi fa un torto intellettuale se pensa che possa essere geloso della Melandri o di Tardelli ».
Aldo Cazzullo
De Gregori: amico di Walter, non lo voterò
Il cantautore: il modello Roma? Città bellissima non certo per merito suo. Alle primarie del Pd sosterrò la Bindi
Francesco De Gregori, tutti i giornali la arruolano sotto le bandiere di Walter Veltroni. È davvero così?
«È vero che sono amico di Veltroni, da tantissimi anni. Se mi metto a contarli, sono più di trenta. Ma essere arruolato mi dà un po' fastidio. Un conto sono gli amici, un conto i simpatizzanti ».
Lei non simpatizza?
«Mi piacerebbe fare il tifo per lui, se lo capissi. E finora non l'ho capito. Non sono molto d'accordo con certe cose che Veltroni dice e fa. Lui ha una grossa capacità di comunicare, di proporsi come elemento di novità. Ma quel che dice spesso è difficile da afferrare, da decifrare. Usa un linguaggio aperto a ogni soluzione, dice tutto e il contrario di tutto. Mostra una grande ansia di piacere, di essere appetibile a destra e a manca, che magari gli porterà molto consenso ma è poco utile a capire cosa sarà davvero il Partito democratico».
Lo sa che lei sta scendendo dal carro del vincitore?
«Mi rendo conto che accade di rado. Nel mondo della canzone, poi. Ma nel vincitore annunciato, ammesso che sia tale anche alla fine, non trovo una linea chiara. Sento un gran bel parlare, belle promesse, i riferimenti coltivati da sempre, Kennedy, don Milani, Olof Palme. Ma non riesco a ricondurlo a una chiara intenzione politica. E vedo che non sono l'unico ad avere questa difficoltà».
Che cosa in particolare non la convince nel suo linguaggio? «Questo appellarsi di continuo al sogno, a un mondo migliore, ora vedo pure all'amore. Per carità, come si può essere in disaccordo, meglio basarsi sull'amore che sull'odio. Ma viviamo in un paese pieno di problemi. Buttare tutto sui sentimenti, cancellare le differenze, non significa dare risposte operative alle questioni di oggi».
Veltroni in campo rappresenta comunque una novità.
«Veltroni si presenta come un uomo nuovo, ma lo è fino a un certo punto. Veltroni è uomo navigato. Ha percorso abilmente la politica italiana degli ultimi trent'anni. Ora la sua candidatura è stata avanzata e sostenuta da poteri forti e consolidati, sempre gli stessi degli ultimi decenni. Non è l'homo novus tanto atteso. Mi convince poco anche questo clima di aspettativa, per cui tutti a dire che Veltroni è una risorsa, che Veltroni è l'uomo della Provvidenza... Non è scontato che sia il più adatto a fare voltar pagina al Paese; così come non dovrebbe essere così scontata la sua vittoria».
È un buon sindaco di Roma, no?
«Tutti parlano di modello Roma. Ma Roma mi pare sempre più una città che cerca di nascondere lo sporco sotto il tappeto. I grandi problemi di una grande città — traffico, sicurezza, legalità — sembrano più spesso elusi, che affrontati e risolti. Va da sé che Roma è bellissima, da San Pietro al Colosseo; ma certo non è merito di Veltroni».
De Gregori, le sue parole non passeranno inosservate. Lei è considerato uno degli artisti da sempre più vicini a Veltroni.
«Gli voglio un bene dell'anima. Abbiamo pranzato, cenato, siamo andati insieme in vacanza, sono stato suo testimone di nozze. Però non abbiamo mai parlato di politica. Anche quando dirigeva l'Unità e ogni tanto mi chiedeva un articolo, io glielo mandavo, lui mi diceva se gli era piaciuto o no, ma non c'è mai stata interferenza reciproca, né lui si è mai sognato di chiedermi consigli. Io lo prendevo un po' in giro per la storia dell'Africa: "Guarda Walter che non ci crede nessuno". Lui teneva il punto: "Ti dico che vado in Africa!". Almeno su questo, per ora ho avuto ragione io».
Dubita della sincerità con cui si vota alle varie cause?
«No. Veltroni magari è sincero. Ma la sincerità dei politici non ci deve riguardare. Appartiene solo alla loro coscienza. Ci riguarda la loro capacità. Quel che dicono, quel che fanno. E Veltroni risponde solo di quello che fa. Roma è raffigurata come il fantabosco. Non è così. La cultura è migliorata; ma la cultura è una ciliegina sulla torta. Non si fa una torta solo con le ciliegine, e non se ne parla parlando solo di ciliegine ».
Vede anche pericoli per Veltroni?
«Lui sa coltivare la sua immagine. Ha una grande potenza mediatica. Molti giornali fanno il tifo per lui. Proprio per questo, dovrebbe guardarsi dalla sovraesposizione ipertrofica. Deve stare attento ai veltroniani. Perché a volte i veltroniani sono controproducenti».
Chi sono i veltroniani?
«I Bettini, le Melandri, quando partono lancia in resta contro i nemici. "Chi attacca Walter semina veleni...". Ma dai! La ragazza deve stare attenta prima di parlare. E poi i Tardelli... Come si fa a essere contro Tardelli, il vincitore del Mundial? Ma l'Italia oggi è un paese sbandato, che ha bisogno di ricette meno spettacolari e più amare. E non so se Veltroni sia in grado di proporle. Al Lingotto non l'ha fatto. Forse lo farà da qui al 14 ottobre. Me lo auguro, perché l'idea del Partito democratico non è affatto male. La parola è bella, affascinante; ma non ci si può limitare alla scorza. La si deve riempire di contenuti, perché la gente vada a votare».
Quindi il progetto del Partito democratico la interessa?
«Sì. Mi auguro che le primarie abbiano successo. Che il nuovo partito ci porti fuori dalla politica stagnante di questi anni, non dia risposte ma ponga domande, conquisti credibilità, sappia chiedere sacrifici. Che stia lontano dalle paludi e dai pascoli consociativi, e nello stesso tempo stia lontano da una sinistra fondamentalista, sempre più decrepita e deprimente».
Lei voterà alle primarie?
«Credo di sì. E penso che voterò per Rosy Bindi, che mi sembra la vera novità di tutta questa storia. Dà l'impressione di essere più propositiva, più incisiva, più dirimente, più chiara. Più disposta a rischiare l'impopolarità. Più in grado di farsi dei nemici. Perché abbiamo bisogno di un leader che sappia farsi anche nemici, non solo amici».
Mi perdoni la malizia: non è che voi amici della prima ora siete un po' ingelositi dagli scrittori, dagli sportivi e da tutti questi ammiratori arrivati dopo, con cui Veltroni ha molto legato?
«Lei mi fa un torto intellettuale se pensa che possa essere geloso della Melandri o di Tardelli ».
Aldo Cazzullo
martedì, agosto 28, 2007
Lavavetri
A fine agosto i sindaci italiani scoprono che nelle città ci sono numerosi lavavetri? Possibile che sia questa l'emergenza più sentita? Ma sanno lor signori che siamo in Italia?Ecco il Veltroni-pensiero: "Ci vuole un'armonizzazione delle norme nazionali [..] vanno rivisti gli ambiti normativi e le figure di reato e previste sanzioni, senza benefici specie per il racket che sfrutta la prostituzione".
Più passano i giorni, più Veltroni mi eccita! Vai Walter, W De Gregori!
lunedì, agosto 27, 2007
L'ultimo Re di Scozia
Voto 8Il potere affascina tutti, porta l'uomo all'estremo della propria forza, della propria libertà mentale, a volte, o forse sempre, ci fa fare cose che non vorremmo mai aver fatto. Qualcuno poi riesce a cambiare la situazione, qualcuno si arrende al potere dopo aver lottato, qualcuno non lotta nemmeno, non tenta, qualcuno scappa.
Il potere cambia gli uomini, occorre che ognuno di noi provi a crearsi la propria corazza per resistere alle tentazioni che inevitablmente si hanno.
Questo film va visto perchè è un esempio raro di cinema che alla fine della visione costringe a non spegnere la tv, a continuare ad ascolatere la musica durante i titoli di coda per ricavarsi ancora del tempo per continuare a riflettere.
lunedì, agosto 20, 2007
Manifestazione per Mohamed Hegazi
Sto organizzando una manifestazione di sostegno per Mohamed Hegazi.
Il luogo da me pensato è il Veneto!
Chi volesse contribuire mi contatti.
Il luogo da me pensato è il Veneto!
Chi volesse contribuire mi contatti.
Appello per Mohamed Hegazi
da corriere.it di lunedì 20 agosto 2007
Il giovane chiede il riconoscimento del cambio di fede sui documenti
«Mi sono convertito e lo rivendico»
L’egiziano Hegazi rischia la morte
Cristiano da nove anni, rompe un tabù in un Paese dove i copti sono milioni. Ma una fatwa ora lo condanna come apostata.
Mohamed Hegazi, egiziano, si è convertito al cristianesimo. Vuole ufficializzare la sua fede ma una fatwa islamica lo condanna a morte. Autorità e Chiesa tacciono.
Adottiamo Mohamed Hegazi come simbolo della libertà religiosa in Medio Oriente. Venticinque anni, nato musulmano, convertito al cristianesimo nove anni fa e sposato con una convertita, ha chiesto alle autorità egiziane di vedere registrata la loro nuova religione sulla carta d’identità per assicurare che il loro figliolo, che sta per nascere, veda la luce come cristiano. Ma si è scatenata l’ira degli estremisti islamici che l’hanno tacciato di apostasia e ingiunto allo Stato di attuare la condanna a morte avallata da una fatwa, un responso giuridico, dell’Università islamica di Al Azhar. Ciò avviene in un Paese sostenuto massicciamente dall’Occidente perché considerato moderato e in cui i cristiani sono circa 10 milioni. E non si tratta di ripetere l'operazione che nella primavera del 2006 portò al rilascio e all'espatrio del convertito afghano Abdul Rahman, che ha ottenuto asilo in Italia. I cristiani in Medio Oriente sono la popolazione autoctona e deve essere garantito loro e a tutti, compresi i convertiti, il diritto alla piena libertà religiosa a casa loro.
Il caso è esploso dopo che Suad Saleh, preside della Facoltà di studi islamici e arabi dell’Università islamica di Al Azhar, ha legittimato con una fatwa la condanna a morte di Hegazi perché non si è limitato a convertirsi ma «ha detto pubblicamente di essersi convertito al cristianesimo e si è perfino fatto fotografare insieme alla moglie con in mano il Vangelo ». La logica è la seguente: se ti converti e ti nascondi nelle catacombe potresti avere salva la vita, ma se hai la «sfrontatezza» di annunciarlo pubblicamente e magari con il sorriso in bocca, a testimonianza della profondità della tua fede e della gioia con cui la vivi, allora devi essere ucciso. Il quotidiano governativo Al Messa riferisce di un sondaggio secondo cui tutti gli ulema, i giureconsulti islamici, d’Egitto sono unanimi nella «necessità di condannare amorte l’apostata». Il caso è stato proposto anche al Grande Mufti Ali Gomaa che, in un’intervista al Washington Post, ha risposto in modo assai ambiguo: «La scelta significa la libertà e la libertà include la libertà di commettere dei gravi peccati fintantoché non arrechino un danno agli altri». A suo avviso chi si converte dall’islam a un’altra religione non commette un «grave peccato», tranne nel caso in cui la conversione costituisce una minaccia per la società. E sembra proprio che per gli estremisti islamici manifestare pubblicamente la gioia della fede in Cristo sia un pericolo da sanzionare con la morte.
«Ricevo delle minacce di morte sul mio cellulare. Ogni volta che cambio il numero dei fanatici riescono a ottenerlo, mi chiamano e mi preannunciano che mi faranno fuori», ha raccontato Hegazi a Le Figaro. «Il pericolo non viene solo dagli estremisti, un qualsiasi cittadino potrebbe uccidermi agendo di sua testa, nella convinzione di servire l'islam». Hegazi, che è stato il rappresentante del movimento di opposizione «Kifaya » (Basta!) a Port Said, vive ora in clandestinità insieme alla famiglia. Il suocero ha auspicato che la giustizia obblighi la moglie a divorziare e che «mi venga restituita anche morta». Contemporaneamente due esponenti dell’Organizzazione dei cristiani del Medio Oriente, Adel Fawzi e Peter Ezzat, considerati gli ispiratori della conversione di Hegazi, sono stati arrestati per «attentato all’islam» e «sedizione religiosa». Il tutto avviene in un contesto dove regna la paura. Il Centro Al Kadima per i diritti dell’uomo, ha ritirato la denuncia che era stata depositata la scorsa settimana per sostenere la causa di Hegazi, motivandola con «l’assenza del certificato di conversione della Chiesa». E la Chiesa locale? Tace. Un silenzio assordante per il timore di inasprire il conflitto con un regime che ha di fatto abdicato al clero islamico radicale rimettendo nelle sue mani il controllo degli affari sociali che s’intrecciano con una religione sempre più invasiva.
Proprio perché l’Egitto è il nostro dirimpettaio che ostenta fama di tolleranza e di moderazione, mi auguro che l’Italia non resti a guardare. Auspico che il capo dello Stato Napolitano lanci un vibrante appello al presidente egiziano Mubarak affinché assumaun gesto significativo, ricevendo Hegazi e riconoscendogli pubblicamente pari dignità come cittadino e testimoniando il rispetto della libertà religiosa. Auspico che il presidente del Consiglio Prodi chieda garanzie al governo egiziano sulla tutela della vita di Hegazi, chiarendo che per l’Italia il rispetto della libertà religiosa è un parametro fondamentale per definire la realtà e lo sviluppo dei rapporti bilaterali e multilaterali. Auspico che le università italiane (La Sapienza di Roma, il Pontificio Istituto Orientale di Roma, l’Orientale di Napoli, la Bocconi di Milano, l’Iuav di Venezia) che il 15 giugno 2005 hanno sottoscritto un accordo di cooperazione con l’Università islamica di Al Azhar, con la benedizione del nostro ministero degli Esteri, recedano dall’iniziativa dopo aver avuto l’ennesima conferma che i suoi più alti vertici hanno legittimato il terrorismo suicida palestinese e il massacro anche delle donne e dei bambini israeliani, nonché l’uccisione dei musulmani convertiti al cristianesimo. Auspico tutto ciò per i cristiani d’Egitto ma anche per noi. Perché se volteremo le spalle a chi, alle porte di casa nostra, viola la sacralità della vita, la dignità della persona e la libertà di scelta, significa che abbiamo abdicato ai valori che corrispondono al fulcro della comune civiltà dell'uomo. www.corriere.it/allam
Magdi Allam
Il giovane chiede il riconoscimento del cambio di fede sui documenti
«Mi sono convertito e lo rivendico»
L’egiziano Hegazi rischia la morte
Cristiano da nove anni, rompe un tabù in un Paese dove i copti sono milioni. Ma una fatwa ora lo condanna come apostata.
Mohamed Hegazi, egiziano, si è convertito al cristianesimo. Vuole ufficializzare la sua fede ma una fatwa islamica lo condanna a morte. Autorità e Chiesa tacciono.
Adottiamo Mohamed Hegazi come simbolo della libertà religiosa in Medio Oriente. Venticinque anni, nato musulmano, convertito al cristianesimo nove anni fa e sposato con una convertita, ha chiesto alle autorità egiziane di vedere registrata la loro nuova religione sulla carta d’identità per assicurare che il loro figliolo, che sta per nascere, veda la luce come cristiano. Ma si è scatenata l’ira degli estremisti islamici che l’hanno tacciato di apostasia e ingiunto allo Stato di attuare la condanna a morte avallata da una fatwa, un responso giuridico, dell’Università islamica di Al Azhar. Ciò avviene in un Paese sostenuto massicciamente dall’Occidente perché considerato moderato e in cui i cristiani sono circa 10 milioni. E non si tratta di ripetere l'operazione che nella primavera del 2006 portò al rilascio e all'espatrio del convertito afghano Abdul Rahman, che ha ottenuto asilo in Italia. I cristiani in Medio Oriente sono la popolazione autoctona e deve essere garantito loro e a tutti, compresi i convertiti, il diritto alla piena libertà religiosa a casa loro.
Il caso è esploso dopo che Suad Saleh, preside della Facoltà di studi islamici e arabi dell’Università islamica di Al Azhar, ha legittimato con una fatwa la condanna a morte di Hegazi perché non si è limitato a convertirsi ma «ha detto pubblicamente di essersi convertito al cristianesimo e si è perfino fatto fotografare insieme alla moglie con in mano il Vangelo ». La logica è la seguente: se ti converti e ti nascondi nelle catacombe potresti avere salva la vita, ma se hai la «sfrontatezza» di annunciarlo pubblicamente e magari con il sorriso in bocca, a testimonianza della profondità della tua fede e della gioia con cui la vivi, allora devi essere ucciso. Il quotidiano governativo Al Messa riferisce di un sondaggio secondo cui tutti gli ulema, i giureconsulti islamici, d’Egitto sono unanimi nella «necessità di condannare amorte l’apostata». Il caso è stato proposto anche al Grande Mufti Ali Gomaa che, in un’intervista al Washington Post, ha risposto in modo assai ambiguo: «La scelta significa la libertà e la libertà include la libertà di commettere dei gravi peccati fintantoché non arrechino un danno agli altri». A suo avviso chi si converte dall’islam a un’altra religione non commette un «grave peccato», tranne nel caso in cui la conversione costituisce una minaccia per la società. E sembra proprio che per gli estremisti islamici manifestare pubblicamente la gioia della fede in Cristo sia un pericolo da sanzionare con la morte.
«Ricevo delle minacce di morte sul mio cellulare. Ogni volta che cambio il numero dei fanatici riescono a ottenerlo, mi chiamano e mi preannunciano che mi faranno fuori», ha raccontato Hegazi a Le Figaro. «Il pericolo non viene solo dagli estremisti, un qualsiasi cittadino potrebbe uccidermi agendo di sua testa, nella convinzione di servire l'islam». Hegazi, che è stato il rappresentante del movimento di opposizione «Kifaya » (Basta!) a Port Said, vive ora in clandestinità insieme alla famiglia. Il suocero ha auspicato che la giustizia obblighi la moglie a divorziare e che «mi venga restituita anche morta». Contemporaneamente due esponenti dell’Organizzazione dei cristiani del Medio Oriente, Adel Fawzi e Peter Ezzat, considerati gli ispiratori della conversione di Hegazi, sono stati arrestati per «attentato all’islam» e «sedizione religiosa». Il tutto avviene in un contesto dove regna la paura. Il Centro Al Kadima per i diritti dell’uomo, ha ritirato la denuncia che era stata depositata la scorsa settimana per sostenere la causa di Hegazi, motivandola con «l’assenza del certificato di conversione della Chiesa». E la Chiesa locale? Tace. Un silenzio assordante per il timore di inasprire il conflitto con un regime che ha di fatto abdicato al clero islamico radicale rimettendo nelle sue mani il controllo degli affari sociali che s’intrecciano con una religione sempre più invasiva.
Proprio perché l’Egitto è il nostro dirimpettaio che ostenta fama di tolleranza e di moderazione, mi auguro che l’Italia non resti a guardare. Auspico che il capo dello Stato Napolitano lanci un vibrante appello al presidente egiziano Mubarak affinché assumaun gesto significativo, ricevendo Hegazi e riconoscendogli pubblicamente pari dignità come cittadino e testimoniando il rispetto della libertà religiosa. Auspico che il presidente del Consiglio Prodi chieda garanzie al governo egiziano sulla tutela della vita di Hegazi, chiarendo che per l’Italia il rispetto della libertà religiosa è un parametro fondamentale per definire la realtà e lo sviluppo dei rapporti bilaterali e multilaterali. Auspico che le università italiane (La Sapienza di Roma, il Pontificio Istituto Orientale di Roma, l’Orientale di Napoli, la Bocconi di Milano, l’Iuav di Venezia) che il 15 giugno 2005 hanno sottoscritto un accordo di cooperazione con l’Università islamica di Al Azhar, con la benedizione del nostro ministero degli Esteri, recedano dall’iniziativa dopo aver avuto l’ennesima conferma che i suoi più alti vertici hanno legittimato il terrorismo suicida palestinese e il massacro anche delle donne e dei bambini israeliani, nonché l’uccisione dei musulmani convertiti al cristianesimo. Auspico tutto ciò per i cristiani d’Egitto ma anche per noi. Perché se volteremo le spalle a chi, alle porte di casa nostra, viola la sacralità della vita, la dignità della persona e la libertà di scelta, significa che abbiamo abdicato ai valori che corrispondono al fulcro della comune civiltà dell'uomo. www.corriere.it/allam
Magdi Allam
Il libro che sto leggendo
lunedì, agosto 13, 2007
«A fine legislatura Romano lascia la politica»
Da www.corriere.it dei oggi lunedì 13 agosto 2007:
«Questa sarà l'ultima esperienza politica di Romano, che ora sta semplicemente cercando di finire quanto ha iniziato». In un'intervista al settimanale Diva e Donna, in edicola martedì, la moglie del presidente del Consiglio, Flavia Prodi, in villeggiatura con figli e nipotini nella villa toscana di Roccamare, rivela che il marito «ha messo questa volta un termine alla sua attività che è, salvo sorprese, la fine di questa legislatura».
Io aggiungo molto serenamente: ERA ORA, SARA' MEGLIO PER L'ITALIA CHE SI OCCOPI SOLO DEI SUOI NIPOTINI
«Questa sarà l'ultima esperienza politica di Romano, che ora sta semplicemente cercando di finire quanto ha iniziato». In un'intervista al settimanale Diva e Donna, in edicola martedì, la moglie del presidente del Consiglio, Flavia Prodi, in villeggiatura con figli e nipotini nella villa toscana di Roccamare, rivela che il marito «ha messo questa volta un termine alla sua attività che è, salvo sorprese, la fine di questa legislatura».
Io aggiungo molto serenamente: ERA ORA, SARA' MEGLIO PER L'ITALIA CHE SI OCCOPI SOLO DEI SUOI NIPOTINI
martedì, agosto 07, 2007
Un pensiero..
Un martedì di agosto può sembrare il giorno più banale, un giorno come tanti e forse così è.
La settimana scorsa ho visitato la Calabria per qualche giorno, mi sono riposato, divertito, rilassato. Ho scoperto alcune cose che per anni non ho considerato, ho fatto pensieri che mai fino ad ora avevo formulato o che forse ho sempre avuto in testa.
Ma quando si scopre, o meglio, si intuisce una verità oltre la quale non ci si può recare, non resta altro che dimenticare il pensiero e guardare altrove.
Occorre solo avere forza e fiducia in se stessi..
La settimana scorsa ho visitato la Calabria per qualche giorno, mi sono riposato, divertito, rilassato. Ho scoperto alcune cose che per anni non ho considerato, ho fatto pensieri che mai fino ad ora avevo formulato o che forse ho sempre avuto in testa.
Ma quando si scopre, o meglio, si intuisce una verità oltre la quale non ci si può recare, non resta altro che dimenticare il pensiero e guardare altrove.
Occorre solo avere forza e fiducia in se stessi..
lunedì, luglio 30, 2007
Dopo due anni
Caro blog,
scusami, è da due anni che non ti sono più venuto a far visita, sarai arrabbiato con me.
Ne è passata di acqua sotto i ponti, come si dice di solito. Tanto cose avrei da raccontarti, ma in fondo io e te ci siamo sempre capiti al volo. Sarà così ancora. Lo spero.
Ora posso dirlo, sono tornato, carico finalmente.
Inizia da qui il secondo tempo..
scusami, è da due anni che non ti sono più venuto a far visita, sarai arrabbiato con me.
Ne è passata di acqua sotto i ponti, come si dice di solito. Tanto cose avrei da raccontarti, ma in fondo io e te ci siamo sempre capiti al volo. Sarà così ancora. Lo spero.
Ora posso dirlo, sono tornato, carico finalmente.
Inizia da qui il secondo tempo..
martedì, ottobre 25, 2005
Sono tornato, e lo spero davvero!
Ciao a tutti quelli che leggevano questo mio blog, e a tutti quelli che lo leggeranno!
Dopo mesi di pausa sono tornato, e stavolta spero in maniera reale. Ho avuto qualche problema, sono cambiate molte cose nella mia vita, si cresce e si matura.
Spero che questo spazio diventi sempre più vivo.
Dopo mesi di pausa sono tornato, e stavolta spero in maniera reale. Ho avuto qualche problema, sono cambiate molte cose nella mia vita, si cresce e si matura.
Spero che questo spazio diventi sempre più vivo.
martedì, marzo 01, 2005
mercoledì, febbraio 23, 2005
Così Dio ha fermato le ideologie del male
di Giovanni Paolo II
II XX secolo è stato, per così dire, il «teatro» in cui sono entrati in scena determinati processi storici, e ideologici, che si sono mossi nella direzione della grande «eruzione» del male, ma è stato anche lo scenario del loro superamento. È giusto perciò guardare all’Europa soltanto dalla prospettiva del male emerso nella sua storia recente? Non c’è invece in questo approccio una certa unilateralità? La storia moderna dell’Europa, segnata—specialmente in Occidente— dalle influenze dell’illuminismo, ha prodotto anche molti frutti positivi. Si rispecchia in ciò la natura del male, così come la intende san Tommaso sulla scia di sant’Agostino. Il male è sempre assenza di un qualche bene che dovrebbe essere presente in un dato essere, è una privazione. Ma non è mai totale assenza di bene.
Il modo in cui il male cresce e si sviluppa sul terreno sano del bene costituisce un mistero. Mistero è anche quella parte di bene che il male non è riuscito a distruggere e che si propaga nonostante il male, avanzando anzi sullo stesso terreno. È immediato il richiamo alla parabola evangelica del buon grano e della zizzania (cfr. Mt 13,24-30). Quando i servi domandano al padrone: «Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla [la zizzania]?», questi risponde in modo molto significativo: «No, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura, e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio» (Mt 13,29-30). In questo caso l’accenno alla mietitura rimanda alla fase ultima della storia, quella escatologica. In effetti, questa parabola può essere assunta a chiave di lettura di tutta la storia dell’uomo.
Nelle varie epoche e in vario senso il «grano» cresce insieme alla «zizzania», e la «zizzania» insieme al «grano». La storia dell’umanità è il «teatro » della coesistenza del bene e del male. Questo vuol dire che, se il male esiste accanto al bene, il bene però persevera accanto al male e cresce, per così dire, sullo stesso terreno, che è la natura umana. Questa, infatti, non è stata distrutta, non è divenuta completamente cattiva, nonostante il peccato delle origini. La natura ha conservato una sua capacità di bene, come dimostrano le vicende che si sono susseguite nelle varie epoche della storia.
***
[...] Occorre ricostruire la «filosofia del male» nella sua dimensione europea e non solo europea. Tale ricostruzione ci porta oltre le ideologie. Ci spinge ad inoltrarci nel mondo della fede. È necessario affrontare il mistero di Dio e della creazione e, in particolare, il mistero dell’uomo.Sono i misteri che ho cercato di esprimere, nei primi anni del mio ministero come Successore di Pietro, attraverso le Encicliche Redemptor hominis, Dives in misericordia e Dominum et vivificantem. Questo trittico rispecchia, in realtà, il mistero trinitario di Dio. Tutto ciò che è contenuto nell’Enciclica Redemptor hominis l’avevo portato con me dalla Polonia. Anche le riflessioni racchiuse nella Dives in misericordia erano frutto della mia esperienza pastorale in Polonia e, in modo particolare, a Cracovia. Qui, difatti, si trova la tomba di santa Faustina Kowalska, alla quale Cristo concesse di essere un’interprete particolarmente illuminata della verità sulla Divina Misericordia. Tale verità suscitò in suor Faustina una vita mistica straordinariamente ricca. Era una persona semplice, senza istruzione, e ciononostante coloro che leggono il Diario delle sue rivelazioni si stupiscono, per la profondità dell’esperienza mistica in esso contenuta.
Ne parlo perché le rivelazioni di suor Faustina, concentrate sul mistero della Divina Misericordia, si riferiscono al periodo che precede la Seconda guerra mondiale. E proprio il tempo in cui nacquero e si svilupparono quelle ideologie del male che furono il nazismo e il comunismo. Suor Faustina divenne la banditrice dell’annuncio secondo cui l’unica verità capace di controbilanciare il male di quelle ideologie era che Dio è misericordia—era la verità del Cristo misericordioso. E per questo che, chiamato alla Sede di Pietro, ho sentito impellente il bisogno di trasmettere le esperienze fatte nel mio Paese natale, ma appartenenti al tesoro della Chiesa universale.
[...] Nel corso degli anni si è venuta formandoin me la convinzione che le ideologie del male sono profondamente radicate nella storia del pensiero filosofico europeo. Devo qui far riferimento ad alcuni fatti collegati con la storia dell’Europa e, in modo particolare, con quella della cultura in essa dominante. Quando venne pubblicata l’Enciclica sullo Spirito Santo, alcuni ambienti in Occidente reagirono negativamente e in modo piuttosto vivace. Da dove scaturiva tale reazione? Proveniva dalle stesse fonti dalle quali, oltre duecento anni prima, era scaturito il cosiddetto illuminismo europeo — in particolare l’illuminismo francese, pur senza escludere quello inglese, tedesco, spagnolo e italiano. Una strada tutta sua percorreva l’illuminismo in Polonia. Per quanto concerne invece la Russia, sembra che essa non abbia sperimentato la scossa illuminista. Lì la crisi della tradizione cristiana arrivò per altra via, scoppiando poi, all’inizio del XX secolo, con violenza anche maggiore come rivoluzione marxista radicalmente atea. Per meglio illustrare questo fenomeno occorre risalire al periodo anteriore all’illuminismo, in particolare alla rivoluzione operata nel pensiero filosofico da Cartesio. Il cogito, ergo sum — penso, dunque sono—portò con sé un capovolgimento nel modo di fare filosofia. Nel periodo precartesiano la filosofia, e dunque il cogito, o piuttosto il cognosco, era subordinato all’esse, che era considerato qualcosa di primordiale. A Cartesio invece l’esse apparve secondario, mentre il cogito fu da lui giudicato primordiale. In tal modo non soltanto si operava un cambiamento di direzione nel filosofare—ma si abbandonava decisamente ciò che la filosofia era stata fino ad allora, ciò che era stata in particolare la filosofia di san Tommaso d’Aquino: la filosofia dell’esse. Prima, tutto veniva interpretato nell’ottica dell’esse e di tutto si cercava una spiegazione secondo quell’ottica. Dio come Essere pienamente autosufficiente (Ens subsistens) era ritenuto l’indispensabile sostegno per ogni ens non subsistens, ens participatum, cioè per tutti gli esseri creati, e dunque anche per l’uomo. Il cogito, ergo sum comportò la rottura con quella linea di pensiero. Primordiale diventava ormai l’ens cogitans. Dopo Cartesio, la filosofia diventa una scienza del puro pensiero: tutto ciò che è esse —sia il mondo creato che il Creatore — rimane nel campo del cogito, come contenuto della coscienza umana. La filosofia si occupa degli esseri in quanto contenuti della coscienza, e non in quanto esistenti fuori di essa.
A questo punto è opportuno soffermarsi per qualche momento sulle tradizioni della filosofia polacca, in particolare su quanto accadde dopo l’arrivo al potere del partito comunista. Nelle università venne fortemente ostacolata ogni forma di pensiero filosofico che non corrispondesse al modello marxista. E ciò fu fatto con il sistema più semplice e radicale: agendo sulle persone persone che rappresentavano quel modo di fare filosofia. È molto significativo il fatto che ad essere rimossi dalle rispettive cattedre siano stati innanzitutto i rappresentanti della filosofia realista, compresi gli esponenti della fenomenologia realista, come Roman Ingarden e, della scuola di Leopoli-Varsavia, Izydora Dambska. L’operazione fu meno facile con gli esponenti del tomismo, dal momento che essi si trovavano nell’Università Cattolica di Lublino e nelle Facoltà di Teologia di Varsavia e di Cracovia, come pure nei Seminari Maggiori. Anch’essi tuttavia furono in un secondo tempo raggiunti senza riguardo dalla mano del regime. Erano guardati con sospetto anche quei professori universitari di valore che conservavano un atteggiamento critico nei confronti del materialismo dialettico. Tra questi ricordo in particolare Tadeusz Kotarbinski, Maria Ossowska, Tadeusz Czezowski. Dall’ordo universitario non potevano, ovviamente, essere tolti corsi come quelli di logica e di metodologia delle scienze; potevano però essere in vario modo ostacolati i professori «dissidenti», limitandone con ogni mezzo l’influsso sulla formazione degli studenti.
Quanto accadde in Polonia dopo l’avvento al potere dei marxisti produsse frutti simili a quelli dei processi verificatisi già in precedenza nell’Europa occidentale a seguito del periodo illuminista. Si parlò, tra l’altro, di «tramonto del realismo tomistico», e si intendeva con ciò anche l’abbandono del cristianesimo come fonte del filosofare. In definitiva, ciò che era messo in questione era la possibilità stessa di raggiungere Dio. Nella logica del cogito, ergo sum, Dio si riduceva ad un contenuto della coscienza umana; non poteva più essere considerato come Colui che spiega fino in fondo il sum umano. Non poteva dunque rimanere come 1’Ens subsistens, l’«Essere autosufficiente», come il Creatore, Colui che dona l’esistenza, e anzi come Colui che dona se stesso nel mistero dell’Incarnazione, della Redenzione e della Grazia. Il Dio della Rivelazione aveva cessato di esistere come «Dio dei filosofi ». Era rimasta soltanto l’idea di Dio, come tema di una libera elaborazione del pensiero umano. In questo modo crollarono anche le basi della «filosofia del male». Il male infatti, in senso realistico, può esistere soltanto in relazione al bene e, in particolare, in relazione a Dio, sommo Bene. Proprio di questo male parla il Libro della Genesi. È in questa prospettiva che si può comprendere il peccato originale, e anche ogni peccato personale dell’uomo. Ma questo male è stato redento da Cristo mediante la croce. Più precisamente, è stato redento l’uomo, che per opera di Cristo è divenuto partecipe della vita di Dio. Tutto questo, il grande dramma della storia della salvezza, nella mentalità illuminista era sparito. L’uomo era rimasto solo: solo come creatore della propria storia e della propria civiltà; solo come colui che decide di ciò che è buono e di ciò che è cattivo, come colui che esisterebbe ed opererebbe etsi Deus non daretur—anche se Dio non ci fosse. Se l’uomo può decidere da solo, senza Dio, ciò che è buono e ciò che è cattivo, egli può anche disporre che un gruppo di uomini debba essere annientato. Decisioni di questo genere furono prese, ad esempio, nel Terzo Reich da persone che, avendo raggiunto il potere per vie democratiche, se ne servirono per porre in atto i perversi programmi dell’ideologia nazionalsocialista, che si ispirava a presupposti razzisti. Analoghe decisioni furono prese anche dal partito comunista in Unione Sovietica e nei Paesi soggetti all’ideologia marxista. In questo contesto fu perpetrato lo sterminio degli Ebrei, e anche di altri gruppi, come delle etnie Rom, dei contadini in Ucraina, del clero ortodosso e cattolico in Russia, in Bielorussia e oltre gli Urali. Analogamente furono perseguitate tutte le persone scomode al regime: per esempio, gli ex combattenti del settembre 1939, i soldati dell’Armata Nazionale in Polonia dopo la Seconda guerra mondiale, gli esponenti dell’intellighenzia che non condividevano l’ideologia marxista o nazista. Si trattava normalmente di eliminazioni in senso fisico, ma a volte anche di eliminazioni in senso morale: la persona veniva più o meno drasticamente impedita nell’esercizio dei suoi diritti. [...]
***Mi è stato dato di fare esperienza personale delle «ideologie del male». È qualcosa che resta incancellabile nella mia memoria. Prima ci fu il nazismo. Quello che in quegli anni si poté vedere era già cosa terribile. Ma molti aspetti del nazismo, in quella fase, di fatto rimasero nascosti. La reale dimensione del male che imperversava in Europa non fu percepita da tutti, neppure da quelli tra noi che stavano al centro stesso di quel vortice. Vivevamo sprofondati in una grande eruzione di male e soltanto gradualmente cominciammo a renderci conto della sua reale entità. I responsabili facevano infatti molti sforzi per nascondere i propri misfatti agli occhi del mondo. Sia i nazisti durante la guerra che, più tardi, nell’Est dell’Europa i comunisti, cercavano di occultare all’opinione pubblica ciò che facevano. Per lungo tempo l’Occidente non volle credere allo sterminio degli Ebrei. Solo in seguito questo venne pienamente alla luce. Neppure in Polonia si sapeva tutto su quanto i nazisti avevano fatto e facevano ai Polacchi, né su quanto i Sovietici avevano fatto agli ufficiali polacchi a Katyn, e le stesse vicende tristissime delle deportazioni erano conosciute solo in parte.
[Più tardi, ormai a guerra finita, pensavo tra me: il Signore Dio ha concesso al nazismo dodici anni di esistenza e dopo dodici anni quel sistema è crollato. Si vede che quello era il limite imposto dalla Divina Provvidenza ad una simile follia. In verità, non era stata soltanto una follia— era stata una «bestialità», come scrisse Konstanty Konstanty Michalski. Ma di fatto la Divina Provvidenza concesse solo quei dodici anni allo scatenarsi di quel furore bestiale. Se il comunismo è sopravvissuto più a lungo e se ha ancora dinanzi a sé, pensavo allora tra me, una prospettiva di ulteriore sviluppo, deve esserci un senso in tutto questo.
Nel 1945, al termine della guerra, il comunismo appariva molto solido e molto pericoloso — decisamente più che nel 1920. Già allora si era avuta la netta sensazione che i comunisti avrebbero conquistato la Polonia e si sarebbero spinti oltre, nell’Europa occidentale, proiettandosi alla conquista del mondo. In realtà, non si giunse a tanto. «Il miracolo sulla Vistola», cioè il trionfo di Pilsudski nella battaglia contro l’Armata Rossa, ridimensionò le pretese sovietiche. Ma dopo la vittoria sul nazismo nella Seconda guerra mondiale i comunisti si sentirono rinfrancati e si accinsero con sfrontatezza ad impadronirsi del mondo o almeno dell’Europa. All’inizio ciò portò alla ripartizione del continente in sfere di influenza, secondo l’accordo raggiunto nella Conferenza di Jalta del febbraio 1945. Tale accordo fu solo apparentemente rispettato dai comunisti, che di fatto lo violarono in vari modi, innanzitutto con l’invasione ideologica e la propaganda politica non soltanto in Europa, ma anche nelle altre parti del mondo. Per me, allora, fu subito chiaro che il loro dominio sarebbe durato per un tempo molto più lungo di quello nazista. Quanto lungo? Era difficile prevederlo. Ciò che veniva fatto di pensare era che quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all’uomo. Succede, infatti, che in certe concrete situazioni dell’esistenza umana il male si riveli in qualche misura utile, in quanto crea occasioni per il bene. Non ha forse Johann Wolfgang von Goethe qualificato il diavolo come "ein Teil von jener Kraft, / die stets das Böse will und stets das Gute schafft — una parte di quella forza, / che vuole sempre il male e opera sempre il bene»? San Paolo, per parte sua, ammonisce a questo proposito: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21). In definitiva si arriva così, sotto lo stimolo del male, a porre in essere un bene più grande. Se qui mi sono soffermato a rilevare il limite imposto al male nella storia dell’Europa, devo ora concludere che tale limite è costituito dal bene — il bene divino e quello umano che si sono manifestati nella stessa storia, nell’arco del secolo scorso e di interi millenni. Comunque, non si dimentica facilmente il male di cui si è fatta diretta esperienza. Si può soltanto perdonarlo. E che cosa significa perdonare, se non appellarsi al bene che è più grande di qualunque male? Tale bene, in definitiva, ha il suo fondamento soltanto in Dio. Solo Dio è questo bene. Questo limite posto al male dal Bene divino è entrato a far parte della storia dell’uomo, in particolare della storia dell’Europa, per opera di Cristo. Non è dunque possibile separare Cristo dalla storia dell’uomo. Proprio questo dissi in occasione della mia prima visita in Polonia, a Varsavia, in piazza della Vittoria. Affermai allora che non era possibile separare Cristo dalla storia della mia nazione. È possibile separarLo dalla storia di una qualsiasi altra nazione? E possibile separarLo dalla storia dell’Europa? Solo in lui, di fatto, tutte le nazioni e tutta l’umanità possono «varcare la soglia della speranza»!
lunedì, febbraio 21, 2005
Prodi?
A Venezia stamattina ha nevicato, nel centrosinistra invece la nebbia è perenne, non si capisce a quale dichiarazione dare ascolto, perchè oggi ne ha una, domani ne avrà un'altra.
Poi quale centrosinistra?
venerdì, febbraio 18, 2005
A volte è meglio il silenzio
Ho appena letto sul sito del Corriere una dichiarazione del padre di Giuliana Sgrena, che tutte le persone con un minimo di civiltà vogliono vedere libera e sana al più presto.
Il punto è questo: dopo aver letto la breve dichiarazione:
"18 feb 20:46 Sgrena: il padre, "Corteo di domani potrebbe essere soluzione per liberazione"
ROMA - Franco Sgrena, il padre di Giuliana, la giornalista italiana tenuta in ostaggio in Iraq, dalla sede del Manifesto ha detto: "Il corteo che si svolgera' domani a Roma per mia figlia potrebbe essere il tocco finale, la soluzione che serve per arrivare alla liberazione di Giuliana". Domani i genitori saranno anche loro in corteo: "Giuliana si e' sempre battuta per la pace. Faccio un appello affinche' la liberino. In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di lettere e telegrammi e tante telefonate. Non so se per altri rapimenti c'e' stata una simile mobilitazione". (Agr)
Mi sono chiesto:
a) E' il corteo che libererà la giornalista italiana?
b) Perchè sottolineare che per altri rapimenti non c'è stata la stessa mobilitazione?
Alla prima domanda mi rispondo che il corteo potrà dare un segno che la giornalista italiana era contro la guerra, che fotografava i bambini feriti dai "cattivi" imperialisti americani, che era a favore della "resistenza", ecc. ecc. Ok tutto questo lo potrà dare, ma non credo sia questo il "...tocco finale, la soluzione che serve per arrivare alla liberazione di Giuliana". Magari fosse così. Anche il povero Baldoni non era a favore delle truppe di liberazione. E l'operatrice umanitaria inglese? Qualcuno se la ricorda? Qui chiudo su questa domanda, perchè occorre la forza di rimanere uniti nella speranza di queste ore.
Alla seconda domanda invece la risposta è talmente evidente e sotto gli occhi di tutti. Ci sono ostaggi di serie A ed ostaggi di serie B. Perchè la piazza si mobiliti occorre scrivere certe cose, su certi giornali, contro certe cose, a favore di altre, e allora si merita maggior considerazione.
Il punto è questo: dopo aver letto la breve dichiarazione:
"18 feb 20:46 Sgrena: il padre, "Corteo di domani potrebbe essere soluzione per liberazione"
ROMA - Franco Sgrena, il padre di Giuliana, la giornalista italiana tenuta in ostaggio in Iraq, dalla sede del Manifesto ha detto: "Il corteo che si svolgera' domani a Roma per mia figlia potrebbe essere il tocco finale, la soluzione che serve per arrivare alla liberazione di Giuliana". Domani i genitori saranno anche loro in corteo: "Giuliana si e' sempre battuta per la pace. Faccio un appello affinche' la liberino. In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di lettere e telegrammi e tante telefonate. Non so se per altri rapimenti c'e' stata una simile mobilitazione". (Agr)
Mi sono chiesto:
a) E' il corteo che libererà la giornalista italiana?
b) Perchè sottolineare che per altri rapimenti non c'è stata la stessa mobilitazione?
Alla prima domanda mi rispondo che il corteo potrà dare un segno che la giornalista italiana era contro la guerra, che fotografava i bambini feriti dai "cattivi" imperialisti americani, che era a favore della "resistenza", ecc. ecc. Ok tutto questo lo potrà dare, ma non credo sia questo il "...tocco finale, la soluzione che serve per arrivare alla liberazione di Giuliana". Magari fosse così. Anche il povero Baldoni non era a favore delle truppe di liberazione. E l'operatrice umanitaria inglese? Qualcuno se la ricorda? Qui chiudo su questa domanda, perchè occorre la forza di rimanere uniti nella speranza di queste ore.
Alla seconda domanda invece la risposta è talmente evidente e sotto gli occhi di tutti. Ci sono ostaggi di serie A ed ostaggi di serie B. Perchè la piazza si mobiliti occorre scrivere certe cose, su certi giornali, contro certe cose, a favore di altre, e allora si merita maggior considerazione.
Comunque speriamo di poter commentare tutto con maggiore luciditò dopo la liberazione. Preghiamo perchè non le venga fatto del male in questi giorni infernali.
giovedì, febbraio 10, 2005
Il made in Italy, che emozione!
Quando si è all'estero si riesce a capire quanto l'Italia sia davvero un Paese speciale, capace di fare cose che nessuno può immaginare. L'esempio dell'ultima Ferrari è solo l'ultimo sogno diventato realtà.
Si vede la bandiera italiana più qui a Chicago che in Italia, nelle insegne dei ristoranti, pizzerie, al supermercato nei prodotti che vengono usati maggiormente solo perchè hanno la scritta Italy, ragazzi amiamo il nostro Paese più che possiamo, e difendiamolo!
mercoledì, febbraio 09, 2005
Sembra uno scherzo... invece!
Dalle highlights del Corriere.it
09 feb 21:35 Gad: il nuovo nome e' "L'Unione"
ROMA - Dovrebbe essere 'l'Unione' il nuovo nome della coalizione di centrosinistra, raffigurato in un simbolo con l'apostrofo rosso per richiamare l'Ulivo. Lo si apprende in ambienti della Gad che precisano l'assenza di altri elementi decorativi, quali foglie o piante. (Agr)
Ma dico io, cambiano i nomi con la stessa frequenza con cui cambiano leader, me invece di perdere tempo in queste cose, perchè non cambiano anche lavoro e lasciano ad altri il compito di trovare qualche idea buona per un centrosinistra credibile stile UK-Blair?
martedì, febbraio 01, 2005
Preghiamo per il Santo Padre
Il Papa ricoverato in ospedale
Si dice per precauzione, questo Santo uomo merita la nostra preghiera silenziosa.
L'America da Chicago
Dopo una pausa torno a scrivere sul mio blog, questa volta dagli Stati Uniti d'America, non è facile continuare con un buon impegno la mia scrittura su questo blog, i pochi lettori che avevo certamente ora si saranno dimenticati del mio piccolo spazio quotidiano, il Ginepro dei miei pensieri.
Qui a Chicago l'ambientamento non è stato facile, soprattutto all'inizio le cose che ti mancano sono tante, poi con il passare veloce dei giorni tutti un po' di appiana.
Con il finere del 2004 e l'inizio del 2005 molte cose sono accadute, ultime ma prime per importanza le elezioni in Iraq di domenica 30 gennaio 2005!
Che giornata straordinaria, le televisioni statunitensi hanno coperto l'avvenimento con tantissime trasmissioni e ore di programmazione, non so in Italia come sia stata percepita la cosa, qui leggo solo corriere.it e ascolto il Tg1 e il Tg5 (soprattutto le corrispondenze di Toni Capuozzo e i suoi servizi di Terra, l'audio è buono via internet, peccato per la qualità video).
Spero che qualcuno mi faccia sentire la sua vicinanza, raccontandomi qualcosa che certo mi sfugge dalla mia amata Italia.
Bye
lunedì, dicembre 20, 2004
Iscriviti a:
Post (Atom)
